Segesta 2008

2008 Segesta Eneide


TEATRO GRECO
Mercoledì 13 e Giovedì 14 agosto – ore 21,00

SEGESTA ENEIDE
Oratorio epico
un progetto a cura di Enrico Stassi e Luigi Cinque
Un concerto di personaggi
Un concerto straordinario. Epica: parole e musica. Un concerto evento sul tema dell’erranza, dell’amore, dell’esodo e della migrazione. Sul tema stesso del narrare. Del ‘cunto’ epico. Della narrazione. In scena: personaggi eccezionali per un evento di musica/narrante nello scenario del Teatro Greco di Segesta. Moni Ovadia voce d’eccellenza; Vincenzo Pirrotta, potente figura del teatro di poesia, con la tradizione, tra l’altro, antichissima del ‘cunto’ siciliano; Jivan Gasparyan, armeno, considerato il più importante musicista wordmusic vivente; Raiz, sciamano del rock internazionale, voce storica degli Almamegretta; Alex Balanescu, da Londra, tra i grandi violinisti della nuova frontiera della musica; Ilaria Drago, scrittrice e interprete recitante d’eccezione; Sal Bonafede ai vertici del pianismo europeo e i percussionisti Andrea Biondi e Gianluca Ruggeri.

Concertato scenico e musiche di Luigi Cinque
Maestro concertatore del progetto è Luigi Cinque compositore e musicista originale, che è riuscito ad affermare in questi anni un suo stile personale fatto di musica classica/contemporanea radici etniche afromediterranee e jazz modale. Segnalato ripetutamente dalla critica tra i migliori musicisti europei.

Lo spettacolo
Segesta Eneide è un concerto narrante. È un racconto in musica. È teatro di poesia. È un evento di sei e più autori in cerca di personaggio. In cerca di un’unità narrativa e intrattenitoria intorno ad un poema - l’Eneide - e frammenti di autori contemporanei come T. S. Eliot, Kavafis, Ritzos. Una musica che viaggia tra il meditativo e il jazz d’eccezione. Tra il ‘cunto’ e l’hip hop. Tra il grande solismo e una musica d’insieme transgenica ed errante.

La videoscenografia
La videoscenografia in real time sarà curata dal Vj Bruno Capezzuoli/Pixelorchestra. Le immagini e il progetto visual sono di Franca Rovigatti, artista visiva. La scenografia prevede un flusso di effetti elaborati sullo spazio dell’orchestra e di proiezioni di mare (riprese sulle spiagge del mitico approdo laziale di Enea) nell'emiciclo del teatro, quasi a lambire  i piedi degli artisti concertanti.

Il testo e contenuto
Enea, la sua condizione di straniero, di profugo scampato a naufragi, il suo errare dalla città di Troia in fiamme fino al suo approdo in Sicilia - dove, sulla costa occidentale, alcuni uomini e donne del suo seguito fondarono Erice e Segesta - sono il cuore del Segesta Eneide.
L’opera è concepita come una “partitura” in cui musica, racconto, voce, video-arte concorrono a creare una forma di “arte totale” o meglio di “ opera poesia”.
L’Eneide, poema della pietas, di sentimenti, di eroi che hanno passioni umane, malinconia e speranza, viaggio dalla patria distrutta alla nuova, difficile da raggiungere, incerta. L’eroe è solo, l’amore è passione e morte, ma dal buio dell’Averno esce la promessa di un futuro, persino di un futuro glorioso. E soprattutto emerge il vaticinio della pace, dopo tanta guerra, prospettiva che si colloca a fondamento della Pax Augusta, la pace che Augusto volle pensare possibile nel vasto territorio dell’impero.
L’esametro virgiliano - in una trama complessa di impennate e cadute, di fragore convulso (quello delle tempeste o delle armi) e di quiete, di accelerazioni e sospensioni - dà il ritmo di questo errare e, con parole antiche, ci riporta all’attualità dei migranti di oggi, dei naufraghi clandestini, dei tanti uomini in fuga dalla propria terra, in cerca di una patria “nuova, difficile da raggiungere, incerta”.
Al centro delle vicende, così come della scena, resta il Mare, quel mare che unisce e divide e che, insieme allo sgomento e alla morte, disegna anche l’orizzonte della vita e della speranza.


2006 - Sacra Konzert

Sacra Konzert: un cd e un dvd, pubblicati nel 2005, che riflettono in musica e immagini la magia sonora di un grande sud. Un sud immaginario. Un affresco e una sintesi di nuova musica - oltre gli stili e le definizioni - realizzata da un musicista e compositore  riconosciuto a livello internazionale come uno dei più importanti maestri del genere.
In Sacra Konzert – cd e dvd Radio Fandango – Luigi Cinque si conferma protagonista di un’alternativa al filone propriamente world e al jazz d'ordinanza. Un territorio musicale che certo si ispira al jazz, alla musica contemporanea all'etnica, ma che racchiude infine una sua speciale originalità. Non è un caso che la critica internazionale abbia più volte accostato le ultime produzioni di Luigi Cinque ad esperienze quali quelle del Nord Europa di Garbarek fino alla grande forma sonora delle migliori esperienze del jazz modale.
Il cd e il dvd sono riferiti al sacro, ma a quella sacralità che da sempre fa parte del ‘suono’ che anzi ne è l'anima primaria e che niente ha a che vedere con la liturgia e gli apparati. In Sacra Konzert il sacro è una dimensione dello sguardo e soprattutto dell'ascolto. Un cd con straordinari solisti tra i quali Baba Sissokò, Jivan Gasparyan, Danilo Rea, Sal Bonafede, Badara Seck, Raiz, Emil Zrihan, Lucilla Galeazzi,Gianluigi Trovesi. Un dvd che è un vero e proprio documentario sulle tracce di intriganti backstage e concerti per grande orchestra, coro, grandi musicisti ed ensemble diversificati ebrei cristiani musulmani. Un dvd che è cinema soprattutto e non semplice documentazione. Da non perdere.


Alentejo story concert

un progetto di luigi cinque
elena ledda, andrea biondi, sal bonafede, mara aranda, efren lopez, el choro

Pubblicato nel 2005, il dvd racchiude un concertato originale e fortemente evocativo. Diciamo… un vero e proprio lungo blues con le stesse emozioni e la medesima, alta indefinitezza poetica.
E' un progetto di artisti italiani spagnoli portoghesi… dedicato a quel mondo antico – contadino – che sa di vino di olio e di grano - ma anche di sughero, di carrube, di sole estivo ardente e di inverni freddi e ossessivi - e che oggi permane come teatro nascosto, come memoria recente… come un particolare paesaggio dell'anima contemporanea. Si tratta del colore e del modo di esistere contadino del sud europa. Un mondo ad ambito mitico agropastorale… magico… rituale… con una straordinaria e silenziosa cultura e spiritualità. Poeticamente il concerto si ispira al romanzo di Saramago Levantado do Chão. Una storia contadina dell'Alentejo al sud del Portogallo: una terra dai paesaggi bellissimi ma - fino a pochi decenni fa - amara di sfruttamento e sfinitezza, costellata di vite ineguali stremate fortissime e da ossessioni di padroni e di milizie cattolico/feudali. Potrebbe essere allo stesso tempo l'Estremadura o l'Andalusia o la Sardegna o il Peloponneso o la Sicilia dei nostri padri. Sulla storia del protagonista Joao ora letta per frammenti, ora solo sottintesa, si svolge un concerto che vede intrecciarsi in linguaggio attuale tra jazz e nuova musica le tradizioni e il lamento femminile di quel Sud Europa tra Atlantico e Mediterraneo. (Luigi Cinque)

“Alentejo story” è uno scintillante esperimento in cui la sensibilità italiana di Luigi Cinque, accompagnato da Elena Ledda, Andrea Biondi, Salvatore Bonafede, s'intreccia con le polifonie dell'Alentejo portoghese interpretate dai Ganhões de Castro Verde, il nuovo flamenco del "bailaor andaluzo” El Choro - il diciannovenne astro nascente del flamenco che unisce la tradizione alla contemporaneità della danza - e le voci valenciane di Mara Aranda e Efren Lopez. Diretto dallo stesso Cinque, lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale a Villa Pamphili il 14 luglio.
Ospiti d'eccezione, solo per la data romana, i musicisti Rita Marcotulli e Carlo Rizzo.
(Il corriere della sera, 18 luglio 2005)



Lìidentità selvaggia

racconti di viaggio, musica, parole di luigi cinque

5 puntate in onda su Magazzini Einstein – RAI Educational
1° puntata Alentejo
2° puntata India e Pakistan
3° puntata Nairobi Concert
4° puntata Yemen
5° puntata Mediterraneo Sacro

Una breve premessa è necessaria. Luigi Cinque, negli ultimi anni, ha scritto e diretto numerosi concerti eventi in molti luoghi del mondo. Oggi si può dire che si è trattato di un vero e proprio “lungo viaggio/concerto” tra sud e nord. Un lungo tour – a cavallo del millennio – che ha attraversato, come è facile immaginare, stadi complementari della storia e della comunicazione; stili musicali, narrativi e poetici differenziati; religioni; storie di artisti incontrati; donne e uomini straordinari registrati: forse, le ultime vere differenze prima dell'omologazione globale.
I concerti eventi, sono sempre stati – soprattutto - occasioni. Occasioni di incontro con artisti del luogo. La scrittura non ha mai trascurato l'ipotesi di una narrazione comune, in scena, fatta di stili, lingue, forme e intonazioni differenti. Si trattava di creare un nuovo linguaggio oltre la contaminazione apparente.
Tutto ciò ha presupposto, grazie anche al contributo e alla volontà di grosse istituzioni internazionali, un'attività complessa: identificazione di artisti locali, un tempo di prove laboratorio e il concerto vero e proprio. Durante questi periodi – aiutati ovviamente dalla musica come linguaggio comune - si creava l'incontro artistico nel suo significato più concreto. E questo non poteva esistere senza l'abbandono temporaneo di una forma data, senza l'intenzione di porsi come “viaggiatori della forma” invece che “semplici” portatori di spettacolo preconfezionato. Infine arrivava il concerto .
Qualcosa di interessante è avvenuto anche per i testi, ovvero le storie che si cantavano e raccontavano in scena. Anzi, c'è da dire, a questo proposito, che sul piano del confronto narrativo abbiamo registrato un fenomeno da noi denominato: il mito come valore di scambio . Il che, più semplicemente, voleva dire: “noi in questo lungo brano raccontiamo un fatto appartenente alla nostra mitologia classica - per esempio, Ulisse – e, una volta spiegate le caratteristiche del personaggio, si chiedeva se loro avessero qualcosa di simile. Ed ecco, allora, affiorare personaggi mitologici analoghi dalla loro tradizione . Ecco, poi, in scena l'accostamento poetico tra figure analoghe di mitologie differenti. Ecco – soprattutto – il confronto tra forme di narrazione in musica.
Il risultato è stato altamente spettacolare e, oltretutto, in linea con le preferenze di pubblico e di mercato che proprio in questi anni ha decretato il successo internazionale del genere cross over o anche.
I paesi attraversati sono: Senegal, Mali, Kenia, Etiopia, Magreb, Marocco, Tunisia, Turchia, Israele e Territori Palestinesi, Yemen, Pakistan, India, Brasile, Portogallo, Grecia, Spagna e territori del Flamenco.
Tutti i concerti e i contesti socio-antropologici sono stati filmati e registrati: paesaggi, abitazioni, artisti e relative interviste, prove, incontri con poeti e scrittori del luogo, preparazione del concerto.
Gli artisti che hanno partecipato ai viaggi/concerto sono per parte italiana, alcuni dei più importanti nomi del jazz e del rock contemporaneo.
Gli artisti locali sono di grande interesse artistico e umano.



Makina

prima assoluta al MultimediaLaborFestival di Bologna 1° edizione

concerto evento dedicato al mondo del lavoro in occasione dei 100 anni della CGIL
10 novembre 2006

Sul palco musicisti scrittori poeti.
Tutti autori nel loro specifico di frammenti della storia sociale del nostro tempo.
La scena è dunque il contenitore di un concerto racconto che ha al centro “sei e più autori in cerca di personaggio”.
In questo senso Makina è un “concerto di personaggi”.
È un racconto in cui gli elementi del lavoro - i suoi ritmi più riconoscibili ed alcune canzoni significative - sono miscelati con una struttura elettronica e una grana strumentale molto moderna, attuale.
Makina è un ballo ma è anche lo sballo hip hop e “industria”…o la tarantella degli operai del sud.
Makina è Jazz…etno…videoimmagini…Makina è parola dei poeti in scena.
Makina è una suggestione per frammenti sul mondo del lavoro e il suo doppio…Makina è un’operapoesia.

E si cercano giovani donne esperte in lingue straniere e neo-schiavi per servire in tavola mentre che ormai le scosse sono troppe mentre son tutti lì che provano a cambiar canale a cambiar destino a cambiare moglie figli e lavoro a cambiare idea a pensare che in fondo con tutta quella nebbia lì fuori è meglio morir dentro al caldo come ratti sazi ruttando.
(da Lello Voce, Rap di fine secolo [e millennio]. Farfalle da combattimento, Bompiani 1999)

Perché siamo noi proletari del sud, noi operai massa, questa enorme massa di operai, noi centocinquantamila operai della Fiat che abbiamo costruito lo sviluppo del capitale e di questo suo stato. Siamo noi che abbiamo creato tutta la ricchezza che c’è, di cui non ci lasciano che le briciole. Abbiamo creato tutta questa ricchezza crepando di lavoro alla Fiat o crepando di fame nel sud. E siamo noi, che siamo la grande maggioranza del proletariato, che adesso non vogliamo più lavorare e crepare per lo sviluppo del capitale e di questo suo Stato.Non ne possiamo più di mantenere tutti sti porci.
(Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Feltrinelli 1971)

Non dunque una rivisitazione – o se vogliamo una riproposta – del repertorio relativo al mondo del lavoro. Piuttosto, una piccola opera in cui gli elementi ritmici - sia le cadenze del lavoro contadino e, soprattutto, l'iterazione/alienazione della fabbrica - sono trascritti, rielaborati, rieseguiti. Il risultato è quello di una musica con una sua forte ballabilità e una sua originalità di tipo rock jazz o – come si suol dire oggi – cross over.
Sequenze elettroniche combinate - e riconoscibili - sul mondo del lavoro. Una formazione con artisti riconosciuti del mondo del jazz del rock giovanile e della tradizione popolare; un retropalco dotato di uno schermo con immagini storiche montate in sequenza sull'azione musicale, rielaborate da un artista visivo tra i più competenti in Italia.
I testi cantati sono ripresi dal repertorio tradizionale, rivisitati e adattati al ritmo del concerto. La scrittura scenica complessiva si riferisce ovviamente al mondo del lavoro italiano, ma tiene conto in numerose citazioni del carattere europeo e internazionalista dell'argomento.

LINE UP:
LUIGI CINQUE clarinetto/sax/live electronics RAIZ voce SALVATORE BONAFEDE pianoforte MAURIZIO GIAMMARCO sax ANTONELLO SALIS fisarmonica LUCILLA GALEAZZI voce ANDREA BIONDI vibrafono NANNI BALESTRINI poeta LELLO VOCE poeta ALDO NOVE poeta ELISA BIAGINI poetessa GIACOMO VERDE video-maker MARCANTONIO video-maker



ENEIDE

Il Concerto Eneide, realizzato nel giugno del 2007, attraverso uno sguardo retrospettivo, illumina e dà voce al passaggio di tempo che dal passato, attraverso un vortice di corrispondenze, ci proietta nel nostro secolo. Musica, performance vocali e scenografia sono veicoli privilegiati per attualizzare il maggior numero di corrispondenze sottese ai versi dell’Eneide.
L’Eneide è il poema della pietas, di sentimenti, di eroi che hanno cuore, malinconia e speranza, viaggio dalla patria distrutta alla nuova, incerta, difficile patria. Il padre muore in viaggio, l’eroe è solo, l’amore è passione e morte, ma dal buio dell’Averno esce la promessa di un futuro, persino di un futuro glorioso. E soprattutto emerge il vaticinio della pace, dopo tanta guerra. L’Eneide di Virgilio nasce appunto anche a celebrazione della Pax Augustea, la pace che Augusto volle pensare possibile nel vasto territorio dell’impero.
Al concerto prendono parte grandi nomi della musica contemporanea e del jazz: Danilo Rea, Patrizio Fariselli, Salvatore Bonafede, Luigi Cinque e il percussionista Gianluca Ruggeri. In scena un ensemble vocale/attoriale eccezionale composto da Iaia Forte, Teresa De Sio, Lucilla Galeazzi , Raiz, Alessandra Vanzi, Maurizio Zacchigna, Gerardo Casiello. Saranno letti e cantati i brani più interessanti e significativi del poema originale di Virgilio. La linea musicale si fonde così con la componente recitativa in unicum nel quale la scenografia, funge da elemento connettivo. Luogo dello spettacolo è il proscenio del Museo della Civiltà Romana all’Eur - e niente poteva essere più appropriato! -.
Il coordinamento musicale è di Salvatore Bonafede e Luigi Cinque, la regia è di Marco Solari; la regia luci è di Maurizio Viola, videoscenografie di Gregorio Botta e Felice Farina, intervento videoartistico di Franca Rovigatti.


Prometeus hipertext

Prometheus Hipertext, progetto multidisciplinare e multicodice di Luigi Cinque concepito e disegnato nell’ambito del Programma Europeo Cultura 2000, è una coproduzione europea di un’opera sul tema dell’eroe tra mondo arcaico e realtà contemporanea, volta all’esplorazione delle attuali forme del narrare e della comunicazione in analogia con il mito classico di Prometeo.
L’opera-progetto Prometheus Hipertext è stata presentata pubblicamente a Roma il 26 dicembre 2001 nell’ambito della settima edizione di IncontriFestival - promosso dall’Associazione Multirifrazione Progetti con la collaborazione del Comune di Roma - ed ha avuto la sua rappresentazione conclusiva – che ha messo a fuoco aspetti più peculiarmente vocali – sempre a Roma, nel giugno 2002.
Tre laboratori di sperimentazione drammaturgica e tecnologica - a Salonicco, Barcellona e Parigi, realizzati grazie ai partners Fundaciò Societat i Cultura-Fusic di Barcellona, ADC, EP di Parigi ed EPIKOYROS di Salonicco - hanno aspettato singoli aspetti complementari e propedeutici della produzione artistica, con particolare attenzione al tema del corpo, dei linguaggi e della parola tra arcaico e postmoderno.

«Inchiodato in ceppi indissolubili di bronzo, perenne il peso del male lo roderà». La pena di Prometeo è commisurata alla gravità della sua sfida. Prometeo, stirpe divina, conosce le regole su cui si fonda lo sterminato potere di Zeus – le conosce più di Zeus stesso, perché è dotato della capacità di antivedere - e conosce la speculare, infinita miseria degli uomini: «Essi, prima, pur vedendo non vedevano, /pur udendo non udivano: simili a larve di sogni…».
Né si può dire che il titano ignorasse quanto lo aspettava: «Tutti questi tormenti/ben conoscevo: io peccai perché volli». La sfida è lucidissima, consapevole.
Prometeo sa che sulla legge di Zeus si basa un ordina, un mondo. Anzi, l’unico mondo possibile. La realtà, il Fato - fatum = detto -, quanto è stato scritto e non si può cambiare. Sfidando il Fato per amore degli uomini, Prometeo commette il più grande dei sacrilegi. Da questo sacrilegio nasce un mondo nuovo, che sconvolge la tessitura del Fato e riscrive quanto era stato scritto. La ribellione di Prometeo – ed anche il suo sacrificio – è in realtà una grande metafora di rivoluzione, simbolo della creazione di possibilità – ambiti, strutture, letture – nuove.
Si può ben dire che l’intera ricerca artistica novecentesca – che ha lavorato sull’alterità rispetto alle strutture di riferimento – sull’esplorazione di territori diversi e proibiti, sulla rivoluzione dei dati, permettendosi, come dice Marc Dachi, tutto – ha bruciato alla fiamma del fuoco prometeico. Fuoco che è, certamente, il dono della tecnica, ma che sarebbe troppo angusto confinare solo alle tecnologie, perché è mezzo di difesa , cumulo di sapienze, capacità di previsione e di invenzione.
Come dice lo stesso incatenato: «Tutte le arti agli uomini vengono da Prometeo».

L’identità selvaggia
Il rapporto tra musica e parola fa parte della millenaria, arcaica, civiltà della sintesi, e meno appartiene alla pratica dell’analisi, alla separazione delle forme espressive tipica della cultura moderna europea. Non è un caso se, dalle nostre parti, molto spesso la relazione musica-parola ha sofferto e soffre di una sorta di disagio teatrale , più o meno velato, malinconico per giunta: costringendo una della due a concedere parti di sé, ad adattarsi in forme illustrative, a restare in ombra, lasciando che la scrittura complessiva, per coerenza di genere, si sviluppi a favore della musica e - in qualche caso - della parola.
Se guardiamo al mondo tradizionale extraeuropeo, o se ricerchiamo, per quel che ci è possibile, nella classicità mediterranea, troviamo che tra parola poetica e musica esiste una vera e propria identità selvaggia: permane il senso che la parola è di per sé, innanzitutto, suono, mentre la musica non è solo significante, ma, per via simbolica verbo primario, radice, suggestione e significato essa stessa.
E il ritmo, già possessione metrico-poetica, è sempre stato il luogo elettivo di quell’identità: il luogo vero della convivenza.
Questo, i tragici greci lo sapevano bene e, infatti, elaboravano una partitura-tessitura di testo ritmico e suono: erano, insomma, autori-compositori a tutto campo, non semplici librettisti.
Per questo il progetto “Prometheus Hipertext” tiene un occhio - quello dell’istinto soprattutto –
rivolto al “gran di fuori” tradizionale: ai modi arcaici della tradizione orale; guarda a quell’unità narrante di suono e parola considerata oggi, insieme alle nuove tecnologie, come la vera possibilità di evoluzione contemporanea del teatro di poesia.
Il progetto, dunque, è dedicato all’identità selvaggia: come tentativo di sospendere ala parola poetica e la musica in uno stato di reciproco ascolto; come un’azione scenico-sonora tesa a cogliere e restituire la risonanza altra – terza – tra musica e parola, considerando quest’ultima come anticipatrice di suono, e la musica come paesaggio della parola. (Luigi Cinque)



Appunti per un Aiace Africano

Multirifrazione Aiace – Frammento n.3
di luigi cinque

Lettura-Oratorio per Voci soliste, Voci recitanti, Coro, Strumenti solisti, Percussioni, Danzatrici, Live electronics
Teatro delle Arti
Via Sicilia 59, Roma
Martedì 29 e mercoledì 30 dicembre 1992, ore 21

Un pensiero per immagini
E non per catene di causa ed effetto.
Un pensiero che presuppone […] che le idee e gli oggetti,
anche i più diversi, sono accomunati da un ritmo comune […]
che il mondo dunque forma un insieme semicosciente,
linguisticamente indicibile,
ma caratteristico dell’esperienza simbolica […]
e che tale insieme ha un senso non esprimibile in una formula logica
ma in un ritmo che tutto confonde e rifonde
(Marius Schneider)

Appunti per un Aiace Africano: composizione e messa in scena, impasti sonori, movimenti tali da definire una suggestione poetica di città-metropoli multietnica.
Artisti e danzatori italiani e senegalesi: nell’ottica non di un progetto9 di musica popolare, etnica o di world music, ma piuttosto nell’ambito di una partitura - Campione n.3 - in ascolto virtuale sui suoni misti, sul paesaggio dela Villaggio cosiddetto Globale.
Babele futuribile di frammenti; testo continuamente sospeso, interrotto, pronunciato in molte lingue - italiano, francese, portoghese, greco antico, wolof, sanscrito -, usato sostanzialmente in funzione ritmico-metrica, cantilena.
Impasti sonori e tessitura musicale che fanno largo uso della contaminazione tra strumenti acustico-tradizionali ed elaboratori elettronici. Ma l’architettura dell’insieme è assolutamente contemporanea: è strutturale una sorta di doppio piano, la presenza continua, sul materiale arcaico e tradizionale, di un futuro già consumato, “passato”.
Danza come elemento di spettacolarità “scissa” dal contesto coreutico, non dialogica; danza come unità gesto-suono. Corpi microforati: le danzatrici intervengono come un vero e proprio coro di percussioni per “corpo battuto”, il piede, il petto, le mani, la testa, etc. diventano reali produttori di suono. La danza suona su se stessa. Le danzatrici come figure mute e lontane, figure che si concludono in se stesse con un suono.
La tragedia antica come detonatore di “racconti” contemporanei - l’antieroe, il disadattamento, la perdita di qualità, ma anche l’incontro-scontro tra logos e manìa - e insieme come recupero degli elementi più spontaneamente popolari del racconto in musica. L’Aiace di Sofocle come paradossale “libretto” di un’opera post-metropolitana. E ancora, l’evocazione di una Macchina Celibe ipertecnologica per una traduzione contemporanea della tragedia antica - Trag-Machine -. (Luigi Cinque)



Officina Mediterraneo
Mediterraneo è oggi più che mai una galassia di significanti: di simboli con codici che si profilano infiniti a perdita d'occhio, di confini che non cadono mai esattamente su se stessi: confini al cui interno ogni cultura rimanda ad altre culture, ad altri idiomi, ad altre categorie: tutte concepite da madri comuni, da comuni padri/denominatori.
Mediterraneo è pianeta plurale ma con una temperatura che è medesima su tutte le diversità: da un colore di cielo che è simile dal primo albero di ulivo che cresce sul Rodano al rarefarsi dei palmeti prima del Sahara e così dalle terre di Abramo al mare di Gibilterra.
Per noi - che intendiamo navigare ' a vista' per un progetto artistico che lo riguarda - Mediterraneo è parola/suggestione per sua natura trasversale, per definizione multiculturale; è segno astratto; è corpo ; è luogo di tele, di reti edi nodi; è luogo ancora sospeso tra memoria e modernità, tra mondo antico e modernità differenziate, tra mondo arcaico e tecnologia informatica.
È luogo - e forse questo ci intriga di più - attraversato da un pensiero filosofico che sa di ' nuovo ' perchè magicamente pre/postindustriale.
E se "moderno" (o postmoderno) oggi significa contaminazione, allora Mediterraneo è da sempre, per sua struttura culturale, una singolarità contaminata: e dunque una pre/figurazione del moderno.
Tanto più lo è in questo chiudersi di millennio nel quale è in atto una riconversione dalle culture materiali alle culture immateriali e informatiche. Dove gli universi ( piccoli e grandi ) si avviano ad essere intesi come piccoli e grandi pensieri piuttosto che come complessi meccanismi. Dove si prendono le distanze dalla modernità in riferimento ai suoi ideali dominanti: quello di progresso, di superamento critico, di ideologia e, nelle arti, di avanguardia…

Perchè OFF MED?
Off Med = diverse personalità artistiche e produttive riunite allo scopo di progettare, realizzare e produrre una 'drammaturgia delle arti' che abbia come oggetto il (fenomeno) Mediterraneo nella sua accezione di
trasversalità = modernità
disordine = reticolo di necessità /libertà espressive.
Off Med è un centro di produzione ad alta progettualità tecnologica consapevole dell'impossibilità per ogni forma d'arte di disconoscere le nuove tecnologie. OffMed intende utilizzarle anche come lente d'ingrandimento (come macro): per rilevare, identificare e comporre progetti sulla cultura mediterranea: per registrarne il rumore di fondo.
Off Med vuol fare riferimento (e contemporaneamente desidera porsi come punto di riferimento) ai più importanti laboratori culturali, associazioni artistiche, singoli artisti del sud Europa, del Maghreb, del Medio Oriente: per una collaborazione su tematiche compositive e organizzative che riguardano il Mediterraneo. Nel convincimento che senza una concreta interconnessione di processi creativi e organizzativi diversi (anche apparentemente lontani) non si dà reale possibiltà di crescita artistica.
Off Med progetta e produce eventi musicali, teatrali, video e cortometraggi, danza, mostre e installazioni, eventi di nuova spettacolarità .
Intende approfondire le relazioni tra le arti rispetto alla capacità di generare immagini/memoria attraverso il cinema, il video, il disco, l'arte virtuale, il CD. Rom.
Off Med é un progetto di arte contemporanea. (Luigi Cinque)

Mediterraneo
Terra-acqua di montagne, di vulcani, di isole: di campagne, di antiche città, di grandi bacini fluviali.
Luogo unificato dal clima: che il fiato del Sahara scalda e secca nell’estate; che l’Atlantico ì, in inverno, inonda del grigio pluviale delle sue depressioni.
Mare del viaggio cinto entro i larghi anelli di terra che lo conchiudono; frammenti costieri di Europa, di Africa, di Asia: terre risonanti di infinita storia.
Luogo dei luoghi: terra di Demetra e Proserpina.
Mare di Eracle, appunto: che ne fissò il confine occidentale alzando, a guardia, le colonne.
Mare dell’Olimpo.
Bocche di Stige, porto di Caronte.
Ma anche mare degli Ittiti, degli Egizi, degli Etruschi, dei Fenici.
Rotta dell’Odissea.
Terra-mare dei Turchi, di Muhammad, di Cristo.
Dei Longobardi, delle corti di Federico normanno di Sicilia, delle peregrinazioni ebraiche.
Mare nostro: mare del viaggio degli uomini.
Solo entro i suoi confini le navi erano salve dall’attacco dei mostri: inanità sconfinata dell’oceano. E dunque mare di intensissimi traffici, terre di mercanti.
Ma anche paese di pastori: nomadi e malandrini, transumanti da un pascolo all’altro, attraverso i passi di montagna.
E coste di palude e delta di grandi fiumi, che si insabbiano tra le canne. Bonifiche e abbandoni. Pescatori d’acqua dolce e salata. Terra povera e grama, sotto sui subito compare la roccia, strappata alle montagne da millenni di fatica contadina, colture a terrazza su muretti che sgretolano.
E l’arrivo, da lontano, del riso, del pomodoro, del peperoncino, della patata, del mais, dell’albicocco, del pero, del melo.
Terra di città e borghi tenaci. Di porti millenari.
Terra di cattedrali.
Carovane da Oriente, cariche del profumo delle spezie.
Mare traversato da migrazioni, da rifondazioni. Terra di colonie e di patrie.
Luogo della memoria e della morte: della battaglia di Lepanto, di Azio, di Malta, Zama, Prevesa, Sarajevo.
Mare parlato da una infinità di lingue differenti.
Che prega e sacrifica a dèi tra loro sconosciuti.
(Franca Rovigatti)